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Ubriaca di blu 7 maggio 2005

Posted by Isadora in IsaSuOCE.
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Coralli a KandholhudooÈ mattina presto, prendiamo il motoscafo e ci dirigiamo verso Kandholhudhoo, un’isoletta dell’atollo circondata da una barriera corallina di una bellezza da spezzare il fiato.

In barca mi riempio gli occhi di questo paesaggio dalla bellezza surreale, un po’ accecata da tutto questo blu e azzurro e turchese, mentre ci dirigiamo in linea retta verso la nostra meta. Il mare è liscio liscio, per un attimo realizzo che mi trovo nel bel mezzo dell’oceano Indiano, un granello di polvere su una cartina geografica, mi sento un po’ schiacciata dall’enormità di tutto questo blu che mi circonda: sopra, il cielo, sotto, l’acqua. C’è bassa marea, qua e là affiorano banchi di sabbia a formare strisce bianche e verde smeraldo all’orizzonte. Immagini che si stampano nella memoria, incredibili nei loro colori, nella loro tranquilla irrealtà, come sgorgate dal sogno di un pittore innamorato delle sfumature.

Siamo arrivati, finalmente posso buttarmi in acqua, posso immergermi in questo miracolo di colori e trasparenze. Conosco già questo posto, ero impaziente di tornare, non riesco a saziarmi di queste immagini, di queste sensazioni. Mi butto. Finalmente.

Sotto, mi ritrovo in un mondo parallelo, un mondo silenzioso, tiepido ed accogliente, un grande utero blu, azzurro e verde, guizzante di vita ed al contempo immobile e tranquillo. Sotto di me, di fianco a me, improbabili cattedrali di corallo si dipanano in tutte le direzioni e si stagliano verso la superfice.

Tengo le mani rispettosamente incrociate dietro la schiena e cerco di muovermi con tutta l’accortezza di cui sono capace. Lascio che quello che i miei occhi vedono passi al cervello senza filtro e seguo il filo dei pensieri che si susseguono nella mia mente, liberati dalla tempesta di stimoli visivi che mi sta investendo. Non so perché in questa situazione (anche in questa, accidenti!) mi venga da pensare al sesso, devono essere queste carezze voluttuose dell’acqua, forse questo tepore che mi circonda, fatto sta che a ciò che vedo si sovrappongono tutt’altre immagini, che per un attimo mi distraggono.

Ma non volevo fare un po’ di foto? Quasi avevo dimenticato. Accendo la macchina fotografica, il flash, controllo che tutto sia in ordine. Vado. Punto il mio obiettivo in tutte le direzioni, quasi non so da che parte cominciare. Mi vengono in mente le decorazioni naturalistiche di Gaudì, il parco Güell, le torri della Sagrada Familia. Penso che queste bizzarre costruzioni spiraliformi dalle quali si diramano piccoli cespugli di coralli colorati come appoggiati lì per caso, questa totale assenza di angoli retti, queste forme arrotondate che sembrano nascere l’una dall’altra senza soluzione di continuità, con tutti i loro bizzarri e coloratissimi abitanti che vi si muovono con sinuosa eleganza, gli sarebbero piaciute, a Gaudì.

M’incanto a guardare un enorme pesce pappagallo che mordicchia i coralli direttamente sotto di me, posso sentire il rumore che fa. Una voce mi riporta alla realtà. Mi stanno chiamando, è ora di tornare. Ed io ho fatto solo una decina di foto.

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