jump to navigation

Un saluto da lontano 8 agosto 2005

Posted by Isadora in IsaSuOCE.
trackback

Un’altra persona che se ne va senza che io la possa salutare. Pausa pranzo, nella vacuità dei miei pensieri il problema più grosso è: “che ci sarà da mangiare?”, i colleghi aspettano, un’occhiata alla borsa… una chiamata persa sul cellulare. E chi mi chiamerà mai, a quest’ora, su questo numero? Vedo il tuo nome, mi passa il sorriso. Se chiami tu, a quest’ora, dev’essere successo qualcosa.

Ma quello che mi sento dire richiamandoti, no, ecco, no, non me lo sarei immaginato, non me l’aspettavo, non riesco neanche a crederci. Io sono qui che mi sollazzo nelle mie faccenduole quotidiane e tu sei al capezzale di tuo padre che sta morendo. Così, all’improvviso. Quel padre che tu hai amato, adorato, che ti ho invidiato, quello che ci portava in giro da ragazzine, che si ascoltava tutti i nostri problemi di adolescenti sorridendo paziente a tutte le stupidaggini che dicevamo, quello che mi diceva di tenerti d’occhio le prime volte che uscivamo sole la sera, quello che non riuscì a sgridarti, perché gli veniva da ridere, quando una notte ti trovò abbracciata alla tazza del cesso dopo una serata con qualche vodka di troppo, quello che ordinava i libri sugli scaffali della sua infinita libreria secondo regole che capivo solo io (ricordi come ti arrabbiasti?), quello che si gongolava orgoglioso per ogni piccolo successo delle sue bambine.

Queste sono le prime cose che mi vengono in mente mentre sento la tua voce, calma – ma lo so che non sei calma – raccontarmi le tue, le sue, ultime ventiquattr’ore. Vorrei essere lì, vorrei abbracciarti forte, magari ci faremmo un bel pianto, anzi, sicuramente e invece sono inchiodata qui, cazzo, e non posso nemmeno salutarlo. Dici che lui sarebbe stato contento così, che ha sempre detto di voler morire “in cattedra”, lo so, è vero, ma non mi consola. E non consola neanche te, poteva starci un altro po’ in cattedra, cazzo. E io non so cosa dire, e la batteria del cellulare si sta scaricando, proprio ora, ora, l’unica volta che mi serve davvero. Cerco di essere forte, di dirti qualcosa che abbia un senso, che ti possa consolare, ma sono parole, solo parole e tutto quello che potrei dire è un ammasso informe di coglionate di circostanza.

La batteria è andata, e poi devi andare anche tu. E ora? Scrivo, scrivo qui, devo dare forma ai mille pensieri che mi passano per la testa, mentre scrivo, solo mentre scrivo, ecco, comincio a rendermi conto, lentamente, comincio a comprendere il significato di quello che mi hai appena raccontato. E mi vengono le lacrime agli occhi e non so come fare, sono in ufficio, il telefono squilla ed io devo parlare con questa gente come se nulla fosse e non me ne frega niente, non ho la forza. Non rispondo, la lucetta della mailbox si accende, richiamerò dopo, quando mi sarò calmata, se ce la faccio, a calmarmi.

Lo saluto da qui, per quello che può valere.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: