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Erichs Lampenladen 24 gennaio 2006

Posted by Isadora in Berlino.
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Chi ha visitato Berlino non può averlo ignorato, così goffo e volgare, così profondamente simbolo dell’arroganza arrivista e proletaria del socialismo reale degli anni settanta: il “Palazzo della Repubblica”, ribattezzato “Erichs Lampenladen”: il magazzino delle lampade di Erich Honeker, il capo di stato della defunta Repubblica Democratica Tedesca, così chiamato per via della ricca illuminazione del foyer principale. Una di quelle costruzioni così orrende nel loro pacchiano simbolismo e nella collocazione topografica da non riuscire a credere che esistano veramente.

Invece esistono. Esiste. E troneggia, traboccante di asbesto, cancerogeno non solo in senso metaforico-estetico, nel bel mezzo della capitale della Germania riunificata, dopo aver sopravvissuto alla caduta del muro, rovina e simbolo tangibile del castello di carte del sogno marxista-leninista, crollato miseramente su se stesso nell’autunno del 1989.

Esiste, anche se i suoi giorni sono contati, ed esistono anche tanti, in Germania, che vorrebbero salvarlo. Le motivazioni sono talvolta nobili, talvolta illusorie. C’è chi sostiene (e fin qui mi trova persino d’accordo) che non è storicamente onesto tentare di cancellare le tracce visibili del passato con le ruspe, c’è chi vede nell’abbattimento del palazzo l’ennesima rivincita dell’ovest capitalista e cattivo sull’est (ex-)socialista e buono.

Il tema è uno di quelli controversi, perché coinvolge ancora una volta i sentimenti, i ricordi, le opposte ideologie: per tutti è il simbolo di un passato recente (fu inaugurato nel 1976 al posto delle rovine del Berliner Stadtschloß, a sua volta simbolo dell’invisa borghesia prussiana), da alcuni odiato, da altri idealizzato e rimpianto. La posizione centrale, poi, proprio di fronte al Duomo, sulle sponde della Sprea, lo rende ancora più prominente.

L’abbattimento dell’edificio è cominciato in questi giorni, le discussioni sul suo futuro, in particolar modo l’idea di ricostruire la facciata del castello, un’operazione anche a mio parere discutibile per via del retrogusto di “falso storico”, sono tutte un fermento. Io, comunque vada a finire, proprio non riesco a dispiacermi.

Un po’ di link in tedesco:
Palast der Republik su Wikipedia
Un post molto interessante da un blog “politico”
Salvate il Palast der Republik! Su “Die Zeit”

Commenti

1. Fabrizio - 25 gennaio 2006

Se ne era parlato anche da Delio tempo fa. Ripeto la mia opinione. I mostri architettonici vanno tirati giù. Vale anche per il foro italico, il corviale, le vele, i palazzoni di christiane f. e quant’altro. Senza rispetto: ruspe, palla incatenata, cariche esplosive e, nel caso di interi quartieri mostro, atomica tattica.
E il tutto di fronte a orde di bimbi festanti che, sulle ceneri dei mostri, verranno sorgere prati e laghetti.

2. silvia - 25 gennaio 2006

Siamo animali sociali, ci adattiamo all’ambiente che ci circonda e tendiamo ad uniformarci ad esso. Se circondati costantemente da orrori, ad essi ci adeguiamo, fino a non essere più in grado di riconoscerne l’oscenità.
Così, la fatiscenza dei palazzoni popolari diviene grigiore negli abiti e negli occhi di chi lì vive; questi stessi occhi, quando hanno la fortuna di incontrare il bello rimangono stupiti, estasiati, meravigliati, senza rendersi più conto che l’armonia è un diritto che a loro è stato privato da ingegneri ottusi e politici ignoranti e senza scrupoli.
Ben venga quindi la dinamite a riportare giustizia al paesaggio.

3. isadora - 25 gennaio 2006

Grazie, Silvia. Non avrei saputo trovare parole migliori. Berlino è uno degli esempi migliori… al più tardi quando esci dai percorsi turistici ti prende un colpo. E la bruttezza intrinseca di certi quartieri si riflette nella tristezza dei volti. Marzahn, Hellersdorf, Hohenschönhausen sono gli esempi lampanti e reali di come il disprezzo per gli individui possa trovare espressione nell’architettura di regime. La prima volta che vidi la Allee der Kosmonauten, un viale-autostrada in perfetto stile realsocialista nel bel mezzo dei grigi ed anonimi palazzoni di Marzahn, mi vennero le lacrime agli occhi. Uno dei posti più profondamente tristi che abbia mai visto in tutta la mia vita. Come diceva Lucio Dalla: “un po’ triste e molto grande”.

Comunque c’è chi riesce a fare splendide foto anche di soggetti così profondamente orribili come il “Palast der Republik”. Il link: http://www.720pixel.de

4. silvia - 25 gennaio 2006

sai, due sabati or sono ero a bologna. ho fatto due passi con la mia amica; così vagando senza meta, solo per chiacchierare, siamo passate in quella terra di nessuno tra la zona bassa di via toscana (oltre la ferrovia) e la ponticella. lì ci sono i vecchi palazzi dello IACP. ora c’è anche la ferita profonda e sanguinante dell’alta velocità in fase di realizzo…
Non so se è stato anche il freddo, la giornata grigia e cupa di per sé, ma guardando quei palazzi tutti ugualmente decadenti, le facciate decrepite, le verande in alluminio anodizzato con i panni appesi in malo modo, le barriere antirumore per il cantiere in corso subito a ridosso… mi è venuto un senso di tristezza, di mestizia… non sembra neppure bologna…

5. matteo - 28 gennaio 2006

Sono un po’ in imbarazzo a proporre una voce leggermente discordante su questo argomento dei “mostri” architettonici, ma in realtà sull’argomento io ho qualche certezza in meno. Nulla da dire circa i grigi palazzoni di periferia, ma riguardo agli edifici “propagandistici” e monumentali mi chiedo spesso se sia più giusto abbatterli in quanto testimoni di una ideologia sconfitta dalla storia o se invece non sia più logico conviverci senza imbarazzi, in quanto parte, nel bene e nel male, del nostro passato.
A Roma si sta vivendo in questi mesi un caso emblematico, con la costruzione del nuovo museo dell’Ara Pacis di Richard Meier, per far posto al quale è stato abbattuto il vecchio edificio, molto semplice e funzionale, di epoca fascista: io personalmente sono d’accordissimo con il nuovo museo, ma c’è stata anche una corrente contraria abbastanza vivace (Vittorio Sgarbi in testa). Gli esempi sono tanti: sarebbe giusto eliminare il Palazzo del Parlamento di Bucarest, delirio di onnipotenza di Ceausescu, che però fa ormai parte del paesaggio cittadino? E anche sull’abbattimento del Foro Italico (pur non essendo, lo giuro, per nulla “nostalgico”) avrei qualche dubbio.

Detto questo, Erichs Lampenladen è proprio brutto…

6. isadora - 30 gennaio 2006

Già, Matteo, è proprio brutto. Ma brutto brutto! Comunque condivido i tuoi dubbi, anche se qualcosa dentro di me odia la bruttezza in quanto tale…

7. Massimo - 26 marzo 2006

Io sono stato a berlino l’estate scorsa e mi trovate totalmente in disaccordo con le opinioni che fin qui avete esposto.
Anzitutto il palazzo a me non pare poi così brutto, anche se era già stato sfregiato abbondantemente con i lavori di bonifica. E’ una costruzione ben diversa dai palazzoni di periferia che si vedono nelle nostre città!
ha inoltre un suo senso nel contesto in cui è inserito. Vorrei ricordare che della berlino pre-bellica non rimane un granchè, solo qualche monumento sparso qua e là…il palast si inserisce appunto nelle prospettive della berlino della ricostruzione.
Quello che già sta ospitando (installazioni artistiche, concerti, ecc) sarebbe secondo me la sua perfetta destinazione d’uso, dopo un restauro che riguardi almeno le facciate.
Pensate se ogni volta che nella storia si è avuto un cambiamento politico, di società, si fossero abbattuti tutti i monumenti costruiti nel passato…anche il colosseo sembrava brutto dopo la caduta dell’ìimpero romano, era stato anche usato come “cava” per il marmo….insomma, secondo me sarebbe molto miope demolire il palast!!

8. isadora - 26 marzo 2006

Certo Massimo, che ha un senso nel contesto in cui è stato costruito. E la questione è difficile, anche perché è il pacchiano simbolo della dittatura comunista, piantato, dorato e luccicante, proprio di fronte allo splendido duomo, al posto del castello che fu abbattuto da Honecker e compari. C’è anche un’iniziativa privata che vorrebbe ricostruire almeno la facciata del castello. Iniziativa criticabile dal punto di vista filologico, ma sicuramente comprensibile dal punto di vista emotivo. Il palazzo della repubblica è una ferita aperta (una delle tante, a Berlino) in pieno centro. Tutto qui.


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