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Chuck Close: le stampe 28 giugno 2006

Posted by sgrignapola in L'angolo di Sgrigna.
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Questa mostra sta girando per gli Stati Uniti. Ci sono inciampato quasi per caso.

Sul volantino c’era un viso rugosissimo: noto lo zigomo destro. Sembra la faccia del pianeta, la pelle e le sue tettoniche geologiche.Credo sia una foto. Ma mi sbaglio. E’ una stampa, sono tutte stampe. La maggior parte enormi.

L’artista si chiama Chuck Close. Il soggetto é uno solo: facce. Sempre e solo quelle: ma non sono importanti. La serialità serve per neutralizzare il soggetto. Come le tazze e le bottiglie per Morandi. Quello che é importante é il processo di formazione dell’immagine.

Mi avvicino ad un’opera, parecchio (l’allarme non suona per fortuna). Vedo un’accozzaglia di punti e colori assolutamente indistinguibili e disordinati. Faccio lentamente qualche passo indietro e sento i miei (due) neuroni che incominciano a parlarsi tra loro.

– Auch, mi é arrivata una mazzata di giallo.

– Ma va? A me n’é arrivata una di arancione.

– Pss.. ehi ma quello é un quadretto. Sì giallo. Lì proprio lì. Va con quello arancione là?

– Bho, aspetta, un po’, forse sì, ma quella macchia nera sotto?

– Sì sì giallo lì e arancione là vanno assieme. E la macchia anche.

– cazzo, ma allora…

In pochi secondi il sussurro diventa brusio, e poi come per magia tutti quanti si mettono a cantare il “Te Deum Laudamus”: nei miei lobi frontali si forma un’immagine. Ho l’esperienza di un’immagine.

Passo ad un’altra opera, bianco e nero. Parto dalla distanza, come la Mazzanti Serventi Vien Dal Mare, mi avvicino, lentamente, i miei (due) neuroni si riducono al silenzio disorientati, sparisce l’immagine. Quando mi trovo vicinissimo, sconvolto, scopro che l’immagine é composta da impronte digitali. La pressione del polpastrello sulla carta é come la mazzata di colore che arriva ai miei neuroni. Ora capisco perché le stampe: perché per realizzarle si incide un qualcosa (rame, legno, tessuto, linoleum, poltiglia di carta…). Come la luce sulla lastra fotografica o sulla retina. L’incisone, la ferita é la sorgente.

Chuck Close mima il percorso della luce che si imprime nell’occhio, si incide ed eccita le reti neurali. Scompone la fisica della percezione visiva in diverse metafore. Che diventano diverse tecniche.

Per esempio se si intagliano e si sovrappongono queste matrici di legno appare Emma. Ogni matrice é come una tappa di un diverso romanzo di viaggio della luce verso la stessa meta. Una vivisezione topografia della luce e del senso della vista. Di come la percezione visiva si appropria dell’immagine. O di come la crea. Comunque un miracolo.

Quello del viaggio della luce: del suo farsi carne nel nostro cervello e di nuovo luce nella nostra mente.

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Commenti

1. isadora - 28 giugno 2006

Ben arrivato, Sgrigna! La scomposizione/ricomposizione delle immagini attraverso altre immagini è una tecnica decisamente affascinante – l’opera d’arte si compone in tante piccole opere d’arte, che si integrano e trovano il loro significato nell’insieme, pur conservando una propria identità singolare. Una metafora della natura. Vado a studiarmi il sito della mostra…

2. Baebs - 28 giugno 2006

Ho visto alcune immagini sul sito sembra davvero molto interessante…
grazie Sgrignapola

3. grazitaly - 28 ottobre 2006

Chuck Close è un genio, non cè alcun dubbio.

4. sgrignapola - 29 ottobre 2006

Mi fa piacere che ti piaccia. Quello che trovo interessante e’ anche il affronta l’arte in modo razionale e artiginale.

5. grazitaly - 5 novembre 2006

Molto artigianale, è quello il bello.

6. sgrignapola - 11 novembre 2006

L’aspetto artigianale e quello collaborativo dell’opera d’arte avvicinano Chuck Close alle concezioni dei WuMing.


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