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Heimat 31 luglio 2006

Posted by Isadora in Sammelsurium.
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Emil Frey - Foto: Andreas SchürerUn vecchietto un po’ strambo che abita in un casolare mezzo diroccato, una storia come tante, se non fosse per il protagonista, vecchio sì, ma lucido e simpaticamente testardo e la collocazione del casolare, unico edificio rustico e datato nel bel mezzo di un nuovo quartiere di villette uni- e bifamiliari dai muri immacolati e i giardinetti tosati tutti alla stessa lunghezza. Famiglie bionde e sorridenti, vialetti lastricati, un paesaggio sintetico nei pressi del lago di Zurigo. Il casolare ed il suo unico abitante erano già lì da tempo immemorabile, le casette bianche sono arrivate tutte insieme, lo hanno circondato ed ora, non contente, vorrebbero liberarsi di questo vicino diverso da loro, che non corrisponde allo stereotipo per cui è stato creato questo quartiere. Niente auto lucidata di fresco comprata col mutuo decennale e parcheggiata davanti a casa, anzi, peggio: niente acqua corrente, niente riscaldamento, un tetto su cui sta crescendo indisturbato un albero ed un inquilino che si rifiuta di cedere alle pressioni e scambiare la casa nella quale è nato ed ha vissuto tutta una vita con una stanza confortevole in una casa di riposo del mulino bianco.

Lui, Emil Frey, più vicino ai novant’anni che agli ottanta sembra sorpreso di suscitare tanto scalpore. Non ha fatto altro che continuare a vivere la sua vita come sempre, poi sono arrivate le imprese ed hanno cominciato ad imprigionare la sua casa tra file ordinate di anonime casette bianche. Poi hanno messo un recinto intorno alla sua, di case, dopo aver deciso d’ufficio che è pericolante. Lui, via, non ci vuole andare. In questa casa sono nati i suoi genitori, lui ed i suoi fratelli. Questa è la sua Heimat, la sua patria, la sua casa. Non è lui ad essere cambiato, ma il mondo che lo circonda e che lui fa fatica a comprendere: i rifiuti, per esempio. Da che mondo è mondo, dice, i rifiuti si suddividevano in ciò che si poteva riutilizzare, per esempio per concimare, ed il resto, che veniva bruciato nella stufa. Ora i vicini si lamentano dell’odore che esce dal camino quando lui brucia i rifiuti e tutti trovano normale pagare perché qualcuno, invece, li porti via.

In questo microcosmo si riflette tutta una società: le famiglie del mulino bianco, che hanno come unica Heimat la loro realtà normalizzata e plastificata, non si limitano a definire la propria normalità, ma pretendono di imporla anche a chi non la trova affatto normale, punendo con l’isolamento chi osa rifiutare di accettare di uniformarsi a canoni sempre più restrittivi.

Questo il tema di un documentario passato ieri sera in seconda serata su 3Sat, “Heimat lebenslänglich”, che non si limita ad illustrare la vita quotidiana di Emil Frey, tra ingiunzioni di sfratto, recinto e tetto a colabrodo nel bel mezzo di un quartiere-modello per famiglie della piccola borghesia svizzera, ma riflette e fa riflettere sul concetto di Heimat, di casa, di radici e sul concetto di normalità e di tolleranza di chi è diverso da sé stessi.

Un link per i germanofoni: “Heimat lebenslänglich”

Commenti

1. caca - 1 agosto 2006

Avevo tre anni e improvvisamente cominciai a passare le domeniche in un paese che non era un paese ma una immensa pineta, aghi di pino, polvere e una sfilza di case che allora mi sembravano baracche (più che sembrarlo, in effetti lo erano) e bimbi che avevano qualcosa di diverso da me.
In quelle domeniche i grandi verificavano i progressi di un cantiere nel nulla, in una strada senza strada ma dove quei bambini strani giocavano a pallone senza scarpe.
I favolosi anni sessanta e quella distesa di verde che da migliarino arrivava ad un passo dalle apuane, la versilia del “vestivamo alla marinara”, che fino allora era rimasta il fortino della buona borghesia milanese.
Poi arrivarono tutti gli altri e dopo la chiusura del “mio” cantiere, ne arrivarono decine, centinaia di altri. Quelle che mi sembravano baracche comprate soldi in mano per consegnare una villeggiatura anche ai pellai, ai pratesi, ai pistoiesi, ai commercianti fiorentini.
Quei bambini strani che giocavano a pallone scalzi furono “deportati” con le loro famiglie nell’entroterra. E’ il progresso, bellezza…E dire che tutto si ripete, anche a distanza di quarantanni. E sembra anche con lo stesso livello di brutalità.

2. isadora - 1 agosto 2006

È un brutto fenomeno, che in tedesco si chiama “Zersiedelung der Landschaft”, sfigurare il paesaggio a forza di bianche villette a schiera e non, quartieri dormitorio tutti uguali, natura finta a basso prezzo, ghetti per nuclei familiari “moderni” in fuga dalle città rincorrendo il sogno di un angolo di idillio plastificato che la natura, in realtà la soffoca nel tentativo di addomesticarla.

Nascono così interi quartieri nel nulla, l’esempio più vicino a me è a duecento metri di distanza, asettici ed intercambiabili; il contrario di quello che vorrebbero essere. Io, cercando casa, ne ho visti parecchi di questi sobborghi e sono fuggita a gambe levate con immagini apocalittiche degne di “Brave New World” in testa.

Nel caso di Emil Frey, però, è ancora peggio. Le simpatiche famiglie del mulino bianco non si accontentano di realizzare il loro sogno pseudobucolico in cemento, ma pretendono che anche chi non condivide la loro visione vi si adatti in nome della “normalità”, di una normalità che si sono inventati loro e che tentano d’imporre anche agli altri. E allora viva Emil Frey, l’occupante più anziano della Svizzera, che purtroppo nel frattempo si è dovuto piegare (ho scoperto ieri) ed ora vive, con tutti i confort, ma a prezzo della sua indipendenza, in una casa di riposo.

3. strudel - 4 agosto 2006

ottimo 10+ . Emil solo io posso capirlo. Gdc mise un grosso vaso sul poggiolo. Un strato di terra, uno strato di bucce di ccocomero appena mangiato da Gdc, un’altro strato di terra. Ci cresceva una erbetta verde senza pretese, semplice. Non ti viene la signora Gdc e butta via tutto? Gdc

(segue lettera)


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