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C’è chi dice no 29 agosto 2006

Posted by Isadora in Sammelsurium.
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C’è un matematico, in Russia, che ama la matematica. Si chiama Grigory Perelman. La sua storia ce la racconta con dovizia di particolari un articolo apparso sul New Yorker. Per chi non parla inglese c’è anche la versione travisata di Repubblica, che però, appunto, non è scevra da inesattezze.
Una storia complessa e tutto sommato semplice: Perelman, matematico russo con un curriculum di tutto rispetto, ha risolto uno dei grossi quesiti della matematica contemporanea: la congettura di Poincaré. Per questo motivo ha conseguito la più prestigiosa insegna del mondo matematico, la medaglia Fields. Che lui, però, ha rifiutato.

Ora tutto il mondo, matematico e non, si chiede il motivo di tale rifiuto. Perelman, che rifiuta di piegarsi alle normali convenzioni del mondo accademico, viene dipinto come un tipo un po’ strano; Repubblica parla di una dieta a base di rape e cavolo nero, il New Yorker e Der Spiegel, che devono avere altre fonti, parlano di pane, latte e formaggio, comunque sia un tipo che pare aver sempre prediletto uno stile di vita spartano, lontano dalle luci della ribalta e dai giochi di potere del mondo accademico.

Il suo commento al conferimento della medaglia Fields riportato dal New Yorker è disarmante e al tempo stesso perfettamente coerente col personaggio: “È completamente irrilevante, per me. È chiaro che, se la dimostrazione è provata corretta, non c’è bisogno di ulteriori riconoscimenti.”
Un ragionamento degno di tal nome, direi. Accettare questo riconoscimento significherebbe scendere a patti con i giochi di potere dei baroni della matematica, perdere quell’indipendenza che sembra essergli sempre stata a cuore, piegarsi alla logica del numero di pubblicazioni, delle cordate, che regola, invisibile dall’esterno, il mondo accademico. Io, che quel mondo l’ho visto dall’interno, non lo biasimo.

Così, anche per la pubblicazione dei suoi risultati, Perelman sceglie una strada anomala, che oltretutto lo espone al rischio che qualcuno si appropri dei suoi risultati, pubblicando i suoi risultati su internet invece di sottoporre l’articolo ad un blasonato giornale specializzato, conditio sine qua non per altri riconoscimenti quali quello del Clay Mathematics Institute (che non ha ancora rifiutato, contrariamente a quanto afferma Repubblica, perché non gli è ancora stato offerto), per altre pubblicazioni, per una carriera come si deve. Solo che lui non vuole una carriera come si deve: lui vuole continuare ad essere indipendente, vuole risolvere problemi matematici come e quando pare a lui, non vuole occuparsi di politica, ma di matematica. Tanto di cappello, Grigory.

Commenti

1. carla - 29 agosto 2006

“se meritassi in me stessa la fama
sarebbe ogni altro applauso
superfluo, come incenso
senza necessità”….
(sempre emili)

è confortante sapere che esistano “talenti” che si bastano.

ma tu mia bella capocciona, come stai?
abbraccioti forte
la funambola

2. sgrignapola - 29 agosto 2006

Letto l’articolo del New Yorker tutto d’un fiato. Certo che il cinese e’ proprio antipatico!

3. dearwanda - 30 agosto 2006

Assolutamente si’. Giu’ il cappello, e tutti in ginocchio davanti a tanta integrita’.

4. isadora - 30 agosto 2006

Carla, Wanda, mi fa piacere vedere che non sono l’unica a provare rispetto per questa decisione che in molti ritengono incomprensibile. Certo che, in una società che suggerisce costantemente consumo, potere, fama e la loro ostentazione come unica fonte di felicità, queste persone, che deliberatamente rifiutano di aderire a standards dettati da altri, appaiono strane, diverse e, in virtù di questa loro “diversità”, anche un po’ pericolose, perché mettono in discussione le nostre certezze.

Quello che i più non comprendono è che si possa amare ciò che si fa al punto da non volervi rinunciare anche a prezzo di mangiare pane e formaggio per tutta la vita; che accettare di essere parte integrante del mondo accademico significherebbe dover sacrificare molto tempo al business (scrivere pubblicazioni, partecipare a congressi, curare le pubbliche relazioni, occuparsi attivamente della raccolta di fondi per finanziare la ricerca) a scapito della ricerca stessa. E mi pare di capire che lui non sia disposto a farlo. E, nel mio piccolo, non riesco a biasimarlo.

Sgrigna, ecco, il cinese (antipatico è un eufemismo) è l’esempio lampante del contrario. Credo che rappresenti tutto ciò che il buon Grigory non ha intenzione di diventare.

5. dearwanda - 30 agosto 2006

Ciao Isa. Grazie della bella risposta. Mi sono copiata questo passaggio particolarmente significativo dall’intervista del New Yorker:

“Of course, there are many mathematicians who are more or less honest. But almost all of them are conformists. They are more or less honest, but they tolerate those who are not honest.”

Ovvero: Il problema e’ non tanto chi viola i principi etici di un dato settore quanto quelli che tollerano queste violazioni “perche’ cosi’ va il mondo” e isolano chi non lo fa come un lunatico, un ingenuo o un sognatore. Mi sento di aggiungere per esperienza che e’ piu’ facile tollerare questi comportamenti quando non ci coinvolgono di persona. Quando ne cadiamo vittima personalmente ci ricordiamo tutti di avere dei principi!

6. caca - 30 agosto 2006

Tu dici?
Vedrai, che bel film, tra qualche anno. Ciò che sembra ad un primo sgaurdo un pò stravagante, in seguito diventa un possibile successo commerciale. Basta movimentargli un pò la vita al matematico, magari chiamando Philip Roth a ritoccare la sceneggiatura!

7. isadora - 30 agosto 2006

Wanda, parole sante!

Cacà, eh, sì, un’altra “Beautiful mind”…🙂 (Tra l’altro, la biografia di Nash su cui è basato il film è stata scritta proprio da Silvia Nasar, l’autrice della storia qui riportata apparsa sul New Yorker)

8. minerva - 30 agosto 2006

mi domando dei rapporti interpersonali di questo genio matematico e chissà perchè lo immagino solo completamente chiuso in se stesso .
un po’ una sorta di lucida follia con numeri e formule ben chiare ma grande chiusura con il resto della vita
un luogo comune?
e poi tanta coerenza è sintomo di umiltà o , al contrario, grande arroganza?

9. Ghost - 30 agosto 2006

Anche a me certe prese di posizione a volte sembrano un pò “forzate” e più per far parlare ancora di più dell’evento che altro.

Perchè poi accettare quel premio (o meglio riconoscimento) dovrebbe significare piegarsi alle logiche del mondo accademico?

Chi gli impedisce di accettarlo e tirar dritto per la propria strada senza POI scendere per forza a compromessi? E’ forse impegnativo accettarlo? (deve, che so, accettare parallelamente di fare un certo nuimero di simposi, di partecipare a serate danzanti o simili!?!?)

Son io che penso sempre male?

10. dearwanda - 30 agosto 2006

Le onorificienze accademiche purtroppo si dispensano a tutti, anche e spesso soprattutto a chi non le merita! Ogni volta che uno meritevole le accetta, contribuisce a ripulire il sistema agli occhi dell’opinione pubblica e a lavare le conscienze dei corrotti. Il rifiuto, al contrario, e’ uno schiaffo in faccia al nepotismo al clientelismo che regnano anche in questo mondo. Viva Perelman, sempre che le sue ragioni siano pure!

11. isadora - 30 agosto 2006

Minnie, arroganza, sicuramente. Ma mi pare che abbia tutte le ragioni per essere arrogante. E sicuramente non è un “compagnone”, ma non è per forza detto che lo debbano essere tutti, no? Questo è uno che ha un grande amore per la matematica, quello che “chiede” è di essere libero di occuparsi di matematica, cosa che mi pare un suo buon diritto. È che il resto del mondo vuole ingabbiarlo in una struttura che non gl’interessa: perché biasimarlo se dice di no?

Ghost, accettare un premio del genere ti proietta, di colpo, in un mondo dal quale puoi sottrarti solo a fatica. Se accetti, riconosci anche l’autorità di coloro che questo premio te lo conferiscono e per di più perdi lo status di “outsider” e ti ritrovi invischiato in una serie di obblighi che con la matematica hanno ben poco a che fare. E poi ci sarebbe quello che scrive Wanda, che assolutamente condivido.

12. sgrignapola - 30 agosto 2006

Dearwanda, non ci crederai, ma quella frase aveva colpito molto anche me. Tollerare le piccole ingiustizie e finzioni quotidiane e’ un esercizio psicopatologico, lo si fa per rientrare nella normalita’ e per essere accettati. Uno slalom con noi stessi alla ricerca di briciole di accettazione.

13. caca - 30 agosto 2006

A prescindere dalla valutazione del buon matematico e del suo premio rifiutato (l’avranno certamente assegnato a Moratti e proiettato al prossimo festival di Roma!!!!), a differenza di dearwanda, io detesto e temo in modo particolare i portatori di ragioni “pure”.

14. isadora - 30 agosto 2006

Cacà, non sei l’unico, anzi. Il “portatore di ragion pura” è sospetto ai più, perché sfugge ai comuni canoni di classificazione, non si lascia incasellare, non è “come gli altri”. Per me queste persone, che hanno il coraggio di vivere le proprie idee e non solo di enunciarle, sono veri e propri eroi. Non dimentichiamo che questo signore vive in una Russia in cui anche uno stipendio medio italiano è un miraggio, eppure si permette il lusso di snobbare l’establishment, rifiutando prestigiose cattedre e riconoscimenti, in nome delle proprie convinzioni. Quanti di noi sarebbero capaci di farlo?

15. carla - 31 agosto 2006

la diffidenza nei confronti di un portatore sano di Umanità nasce dalla nostra rinuncia a essere o sperare di essere, a nostra volta ,portatori sani di Umanità.
io non la chiamerei arroganza, lo chiamerei “orgoglio”, quello buono che va di pari passo con l’umiltà, anche se sembra un paradosso.
spesso i “talenti” han fatto grandi danni ,dentro e fuori.
baci
la fu

stanotte ho imparato a giocare a cotec, mi sento un genio.

16. minerva - 31 agosto 2006

la fu carla , dormi che ti vengono le rughe :))

17. dearwanda - 31 agosto 2006

sgrignapola,
Isa mi scusera’ se la cito verbatim: “Parole sante!” ^_^

18. otto - 31 agosto 2006

eccezionale sto tizio .
e nemmeno io ci vedo arroganza.

19. xarface - 1 settembre 2006

forse si confonde “snobismo” con “arroganza”: Perelman a me pare un eccellente esempio di snobismo (oltre che un modello da proporre ai propri figli).
Snobismo in senso buono, come lo intendo io, che spinge a comprimere i propri tempi e le proprie frequentazioni per concentrarsi sui propri interessi (che evidentemente si vivono con piacere).
Lo stesso snobismo che ci tiene lontani, per dire, da certi libri, da certi film: prima che offendere il nostro gusto e la nostra visione del mondo, rubano tempo e risorse a cose che riteniamo più importanti e piacevoli.

20. minerva - 1 settembre 2006

forse esiste questa confusione, è vero.
ma chi lo dice da che parte stia oggettivamente ?


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