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Nigel Cooke 6 novembre 2006

Posted by sgrignapola in L'angolo di Sgrigna.
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L’altro giorno ero al telefono con un amico. Era appena stato ad un museo di arte moderna. Non mi è piaciuto. Non ci ho capito nulla e oltretutto non ci sono più neppure i quadri – diceva. Come se ne sapessi qualcosa di arte, gli ho detto – Eh magari la pittura come arte è finita.
Poi qualche giorno dopo finisco ad una presentazione di Suhail Malik professore al Goldsmiths College dell’Universtà di Londra e scopro che tra gli anni ottanta e novanta c’è stato davvero un dibattito sulla morte della pittura; a dir la verità mi sono risentito un po’ che nessuno mi abbia interpellato e consultato a suo tempo per le esequie, ma resomi conto che ci sono arrivato con almeno quindici anni di ritardo, ho fatto finta di nulla.

Malik presentava un suo studente e giovane pittore inglese Nigel Cooke. Che parte proprio da questo punto: dato che tutte le tecniche sono state storicamente compiute e analizzate come si fa a fare il pittore? Da dove si parte? Scelgo la tecnica o scuola che mi aggrada e mi esprimo con quella? Riparto e rifo?

Nigel Cooke si rende conto che per affrontare questi problemi innanzitutto deve recuperare parte di quel piacere visivo che le opere del passato offrivano. Ma come? Miniaturizzando i soggetti. Lascia alla vista dell’osservatore il compito di scovare gli elementi che compongono il quadro. Attraverso questa ricerca induce la gratificazione visiva nell’opera. Questa è innanzitutto percettiva e non coinvolge concetti, simboli o significati, almeno non in prima istanza. Cooke nella miniaturizzazione si spinge all’estremo, utilizzando pennelli mono setola e occhiali da chirurgo. Il risultato è che gli spettatori si incollano alla tela cercando di individuare gli elementi che compongo e danno senso all’opera. Davanti a uno di questi quadri non si può buttare una rapida occhiata: si è spinti e quasi forzati ad una intensa osservazione. Per sortire questo risultato, l’artista deve affrontare un altro dei temi fondamentali dell’arte pittorica: quello della composizione spaziale. Anche qui con grande intuizione, riaffronta la tradizione storica spiazzandola. Ritrova l’essenziale nelle composizioni dei bambini. Come loro traccia una linea dell’orizzonte in basso e questa diventa il fondamento su cui appoggiare gli elementi del quadro. Lo spazio è così suddiviso in due zone: quella al di qua dell’orizzonte e quella dello sfondo, tra queste due zone poggiano i soggetti pittorici che sono distribuiti, composti e dipinti in modo tale da instaurare una sorta di dialogo tra i due spazi. Ma il vero problema nell’affrontare la tradizione della pittura è quello dei linguaggi o delle tecniche. Anche qui la risposta di Cooke è semplice e spiazzante: riunirle in un solo dipinto senza fonderle, ma lasciandole caratterizzate per quello che sono. Questo significa che i diversi elementi sono dipinti con tecniche diverse tra loro. La giustappozione delle diverse tecniche le spinge a dialogare.

Nel capolavoro Las Meninas, Velasquez costruisce una grandiosa architettura in cui le componenti sono i diversi piani di realtà e rappresentazione, spingendole in un dialogo attraverso il quale ci costringe a passare continuamente i confini della fisica e della metafisica, portandoci al cuore del problema realtà-rappresentazione. Nell’opera di Velasquez questi piani sono costituiti dai diversi soggetti: l’autoritratto del pittore, che dipinge il ritratto dei regnanti, posti nella posizione di tu-che-guardi-il-quadro (e che sono riflessi nello specchio in fondo alla sala), mentre osservano la figlia e le due damigelle. E sullo sfondo si apre una porta con un enigmatico signore che osserva tutta la scena (per chi volesse approfondire questa abissale opera può leggere la prefazione a Le parole e le cose).

Nigel Cooke fa un’operazione per certi versi simile: nella quale i piani non sono costruiti solo attraverso la sapiente disposizione degli elementi nel dipinto, ma attraverso i diversi linguaggi pittorici attraverso i quali sono dipinti. Il dialogo che ne risulta ci interroga sulle diverse tecniche pittoriche e sulla loro portata nella lettura della delle categorie di realtà e rappresentazione. In primo piano vediamo oggetti reali dipinti con uno stile realista, mentre sullo sfondo compaiono graffiti e disegni su quello che a volte appare come un muro e poi sembra sconfinare in un cielo. Davanti il reale con i suoi oggetti e il suo linguaggio pittorico, dietro uno sconfinato muro, che come il velo di Maia, porta con sé la rappresentazione allo stato più crudo e simbolico: graffiti e disegni di elementi surreali, ognuno di questi attraverso il loro originario linguaggio pittoricoL’artista dipinge il graffito, con la tecnica dei graffiti e il non-so-cosa surrealista con la tecnica surrealista. Ma ad una attenta osservazione diventa difficile distinguere gli elementi su i diversi piani. Perché il raggio di luce che sembra dipinto sul muro finisce effettivamente nel piano del reale, qualcuno degli elementi surreali proietta un’ombra che non potrebbe proiettare e così via. Si crea così una discrepanza nei valori rappresentativi. Tutte le opere sono basate su una serie di ambiguità e sconfinamenti che scopriamo un poco alla volta e che ci prendono per mano e ci portano nel cuore del problema di cosa è il reale e cosa è il linguaggio che lo descrive.

Tutto attraverso un quadro, alla faccia di chi gli faceva il funerale.

Commenti»

1. la funambola - 7 novembre 2006

Io non so perchè ma penso di saperlo un poco, ecco io non so perchè ma a me i musei, tutti i musei dove si conserva la roba, si mostrano degli oggetti, mi annoiano a morte.
Roba morta, roba lasciata lì agli sguardi della gente che passa in fila e guarda qualcosa che è un simulacro della realtà, qualcosa che non ha più vita nel momento stesso che è compiuta , che ha assolto la necessità immediata di colui che l’ha concepita.
Non mi emoziona, o magari, se faccio uno sforzo mi emoziona a livello cerebrale, mi sforzo di emozionarmi perchè ci si deve emozionare.
Tante volte non mi emoziona neppure un tramonto,vero, quelli belli retorici, quelli che sembrano finti tanto sono belli, non mi emoziona il tramonto vero ma mi emoziona un tramonto immaginato,immaginario, un tramonto della mia mente.
Insomma l’arte mi intristisce, mi inquieta a dirla tutta,o mi lascia indifferente, mi ricorda qualcosa di morto, un voler fermare qualcosa che è sempre in divenire,una fotocopia del mistero, un essere già vecchio ancora prima di essere compiuto.
Mi emoziona la parola, quella sì. perchè mi entra dentro la testa,la giro, la piego, la faccio mia,sento le sue infinite possibilità, ne sento il suono, il significato illusorio o definitivo, la parola mi vive dentro, mi vive di vita propria come la musica.
Sgrì, io odio la parola opera.magari ci penso un po’ sù e mi spiego meglio.
un bacio artistico
la funambola

2. dioniso - 8 novembre 2006

Bella affissione.
sgrignapola, ma tu sei un tuttologo. Matematica, filosofia, scienza, arte….
Hai cominciato poi a leggere Where Mathematics come from?

3. sgrignapola - 8 novembre 2006

Grazie dioniso: faccio finta, in realta’ non capisco niente a fondo. E’ solo un atteggiarsi per attirare il consenso degli altri, almeno questo e’ quello che mi dice il mio analista😉
“Where the mathematics come from” l’ho preso, ma non l’ho ancora iniziato. A dir la verita’ le quasi 500 pagine mi hanno un po’ scoraggiato. Tu a che pagina sei?

Funambola: una volta, parlo di almeno un centinaio di anni, l’arte finiva nei musei. Adesso le cose che finiscono nei musei diventano arte.
C’e’ un rapporto quasi incestuoso fra questi e quelli.

4. dioniso - 8 novembre 2006

Non mi ricordo. Controllero’ sabato al mio rientro in Germania. Sto verso meta’ comunque. In parallelo stavo pure leggendo i capitoli conclusivi.

5. sgrignapola - 8 novembre 2006

Ah e’ vero che sei in NC…dimenticavo.

6. Minerva - 9 novembre 2006

grazie a te ho cercato di approfondire la conoscenza di questo artista che mi è parso estremamente interessante.
mi ha colpito l’incredibile eterogeneità di soggetti, sfondi e temi.
un percorso pittorico tutto da esplorare.
sei prezioso, sgrignapola

7. Algonuevo - 10 novembre 2006

interessante tutto cio’. Effetivamente il dibattito c’è stato e non è che sia morto, è piuttosto che il dibattito è presto diventato sterile. La morte pretesa della pittura avrebbe messo fine alla pittura? no, dunque continuare a parlarne era un po’ ozioso. Pero’ credo che sia un dibattito ciclico, un po’ cominciato con l’avvento della fotografia. Una volta arrivato un mezzo più efficace per dipingere la realtà, la pittura poteva rispondere ad altre necessità ed esprimersi più liberamente. Nel contempo pero’ si è cominciato a parlare della morte della pittura, almeno figurativa.

8. sgrignapola - 11 novembre 2006

In effetti hai ragione, il dibattito e’ un po’ ozioso. E’ vero che pero’ in certe societa’ certi linguaggi artistici diventano principi. Per esempio la certa pittura durante il Rinascimento, la scultura in Grecia o, che ne so, l’opera nell’ottocento. Ora potrebbe essere il cinema. Il fatto che si parli si morte (o ritorno) della pittura, potrebbe dire qualcosa su come la nostra societa’ sta cambiando.
Bhe’ io comunque ho mandato un mazzo di fiori che non si sa mai.

9. silvia - 14 novembre 2006

Sgrigna, scusa l’O.T. che spero mi perdonerai😉 ma ci sono nuove della padrona di casa?

10. isadora - 14 novembre 2006

Eh, Silvia, son qua, sempre e ancora piuttosto incasinata, ma conto di avere di nuovo la mia scrivania entro la fine della settimana…
Sgrigna, complimenti per il post, forse, di tutti, quello che ho letto con maggior piacere.


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