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The Emperor’s Naked Army Marches On 2 giugno 2007

Posted by sgrignapola in L'angolo di Sgrigna.
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Settimana scorsa all’uscita del cinema mi è venuta in mente una storia che mi raccontava mio nonno. Mio nonno mi raccontava spesso storie di guerra, ma questa non è propriamente una storia di guerra è una storia di reduci.

La sua compagnia del genio era stata presa prigioniera a Tobruk, durante l’offensiva inglese del 1942. Senza troppe spiegazioni li avevano infilati giù in colonne e li avevano caricati su un treno. Poco dopo li avevano fatti scendere e messi in marcia attraverso il deserto verso ovest. La destinazione era il porto di Casablanca, ma nessuno ancora lo sapeva. Non ricordo come, ma mio nonno aveva trovato un bidone di latta ed era riuscito a riempirlo d’acqua. Si era messo d’accordo con un suo compagno e facevano i turni per portarlo sulla testa, durante la marcia. Era molto pesante, ma per loro quell’acqua era la coagulazione di tutte le loro speranze di farcela.

Dopo tre giorni di marcia, si avvicina un ufficiale inglese, con una canna sottobraccio, proprio come nei cliché cinematografici. Chiede qualcosa a mio nonno, che non capiva l’inglese, prende la verga e lo colpisce più volte sulla schiena e sulle gambe. Poi estrae la pistola, indica l’acqua. Fa segno di appoggiarla per terra. Mio nonno esegue, quando la tanica tocca terra, l’ufficiale inglese lo fissa negli occhi e con la punta del piede ribalta nella sabbia il bidone.

Mio nonno fu fortunato, quattro anni dopo riuscì a tornare a casa.
Verso la metà degli anni cinquanta si trovava in città per lavoro, quando da un pulmann di turisti, scese proprio quell’ufficiale inglese. Questa volta non aveva la verga e la pistola, ma solo la macchina fotografica al collo. Mio nonno che nel frattempo aveva imparato l’inglese nei campi di prigionia in America, si diresse verso di lui per pestarlo, gridando: “Here I am. Do you remeber me?”
Alcuni colleghi spaventati lo presero e lo trascinarono via di peso, prima che potesse succedere qualcosa.

Quando raccontava questa storia, in casa scuotevano le teste e dicevano che si era confuso, che non era possibile un incontro così, che figurati. Mio nonno allora si imbestialiva e diceva: -Voi non potete capire, voi non c’eravate. Vi dico che era lui.
Le discussioni finivano con mio nonno seduto sulla poltrona amaranto in similpelle. Con le mani aggrappate ai braccioli e mia nonna e le zie che sfilavano in cucinino, ognuno con in mano due pezzi di verità come due cocci di due diversi vasi che non si sarebbero mai incastrati.

Settimana scorsa pensavo proprio a questo episodio, mentre uscivo dal cinema dopo aver visto il documentario “The Emperor’s Naked Army Marches On” di Kazuo Hara (disclaimer: vi sto tirando un blocco di cemento, su un regista giapponese di documentari che non ha neppure una voce su wikipedia, lo so, oggi mi sento perfido).
Un reduce dell’esercito imperiale giapponese: Kenzo Okuzaki, al ritorno dalla guerra indaga su un fatto piuttosto strano: la fucilazione di due suoi commilitoni avvenuta dopo la resa del Giappone.
Va a cercare uno per uno i sopravvissuti, entra nelle loro case con dei pretesti e li interroga. Piano piano si scoprono dei pezzi di verità sempre più raccapriccianti. Ma anche loro non si ricompongono mai in un unico quadro. La memoria che ognuno porta dalla guerra è personale e irriducibile.
Cosa si riesce a dire?
Cosa si può dire?
Cosa si deve dire?
I vecchi soldati sono obbligati da Kenzo Ouzaki a passare attraverso una specie di torre di raffinazione delle loro esperienze. All’inizio si rifiutano di parlare. Insistono a dire che non si ricordano, che è passato troppo tempo. Parlare della guerra e di quella guerra in particolare non è facile. Ci sono tanti di quei meccanismi psicologici che hanno rinchiuso le esperienze e le parole in fondo all’inconscio che descrivere cose e avvenimenti è un impresa senza senso. Colpe e paure hanno chiuso ogni sfiatatoio.
Nel regno della violenza che è la guerra certi fatti quotidiani sono normali. Ma nel tempo di pace non se ne può più parlare, si sono ritirati, sono stati fatti sparire nel silenzio.
Ciò che era normale, ora normale non è più. Quello che si faceva, non si fa più.
Per qualche assurda convenzione uccidere è una cosa legittima, giustificabile e addirittura lodevole prima, poi perché si firma un pezzo di carta su una corazzata, gli stessi atti diventano illegittimi, ingiustificabili, esecrabili.
I reduci allora non ne riescono più a parlare. Quell’assurda convenzione che è lo stato di guerra finisce e tutto deve tornare come prima. Adesso c’è questa altra cosa che si chiama pace. Tra le due una cesura.
Ma Kenzo Ouzaki, non si arrende e vuole riestrarre i fatti dalla guerra e riportarli qui, e per riportarli al tavolo dove stanno servendo il tè a lui e al commilitone, istintivamente capisce che deve riportare il contesto a quello stato di violenza che c’era in precedenza. Quello stato dove ferire e uccidere sono normali.
Per far in modo che le parole possano essere pronunciate serve la violenza. Allora quando la costrizione non è sufficiente, si getta su di loro e li “pesta”.
Dopo questa fase inizia il calvario delle parole. Se dico qualcosa adesso, riesco a spiegare quello che è successo? L’interlocutore capirebbe? È possibile dire questi fatti?
La quella cosa che chiamiamo linguaggio che è incistita nel nostro cervello è in grado di riportare i fatti? O al di là di quel grumo devono esistere delle esperienze comuni e condivise per far passare una verità da un sistema all’altro?
Gli ex soldati insistono a dire che è inutile.
Non si può capire se non si è stati là.
Kenzo Ouzaki c’era era anche lui nel 36esimo reggimento del genio. Era là anche lui in Nuova Guinea. Lui sa. Ma vuole, che la verità si dica. Vuole fare in modo che la cesura venga scavalcata.
Se c’eri e sai la verità, perché insisti? –Gli chiedono più volte. All’inizio dice di volerlo fare per le famiglie. Ma dopo alcuni incontri perfino i familiari, distrutti dalla verità, si ritirano e lasciano questa specie di tragico Don Chisciotte giapponese solo nella sua ricerca.
Allora spiega: voglio che diciate quello che è successo perché lasciar passare la verità è l’unico modo che c’è perché quello che è successo non si ripeta.
Ecco perché si deve dire.

E allora mi è venuta in mente l’episodio di quella tanica d’acqua versata nel deserto libico. Dell’incontro con l’ex ufficiale inglese con la macchina fotografica al collo da turista. E del perché per mio nonno fosse così importante che si capisse che era la stessa persona.

Commenti»

1. brigidafraioli - 3 giugno 2007

Io credo a tuo nonno! Doveva essere la stessa persona.

2. silvia - 3 giugno 2007

Premetto che non mi balena neppure nell’anticamera del cervello tirarmi sulla groppa uno che si chiama Kazuo Hara (anche senza disclaimer!!!).

Torno seria.
Nessuno di noi credo sia solo lontanamente in grado di capire cosa hanno provato le persone che nella guerra c’erano.
Ricordo mio nonno: 7 anni di prigionia in Cina (navigava… e quel giorno in cui il mondo esplose era per sorte là). Lui ne parlava. Poco, ma ne parlava e rispondeva alle domande serenamente.
Suo fratello che invece fu deportato nei campi di lavoro in Germania no. Era argomento tabù, non voleva ricordare.
Due fratelli, due persone diverse e due forze diverse, ma un unico destino, avere pagato sulla propria pelle la follia degli uomini.
Mi ritengo in qualche modo fortunata ad aver sentito e quindi aver sfiorato quei vissuti, che dovrebbero essere memoria salda delle generazioni future.
Purtroppo temo da quel che si vede in giro che questa memoria si stia perdendo e da fedele archetipo del peggior asino l’essere umano continui imperterrito nella sua stupidità.

3. sgrignapola - 4 giugno 2007

Sette anni in Cina? Molto affascinante. Avrebbe potuto aiutare Hugo Pratt a sceneggiare una storia di Corto Maltese.

Anche mio nonno era sereno quando raccontava le storie della sua guerra (o almeno quasi sempre). Un giorno, seduto sulle sue ginocchia, gli ho chiesto quante persone avesse ucciso. Lui mi giro’, mi guardo’ dritto in faccia e sfoggiando, con un enorme sorriso, la sua dentiera “made in San Francisco CA”, mi disse: “nessuno”.
Io rimasi molto confuso. Sapevo per certo, dai film di guerra, quelli con John Wayne, che i “buoni” ne stendevano parecchi di “cattivi”, anzi piu’ ne stendevano e piu’ erano buoni e forti. E quando sentii che mio nonno non aveva ucciso nessuno, restai molto perplesso.
Solo poi capii che parte della serenita’ che era riuscito a riprendersi dopo la guerra aveva a che fare proprio con quel “nessuno”.

Saltando di palo in frasca.
Un aspetto che mi incuriosisce parecchio e’ come si entra ed esce dagli stati di guerra. Capisco gli aspetti storici, le dichiarazioni di guerra, la coercizione militare, quello che fatico ad immaginarmi sono le transizioni quotidiane, come un uomo passi dalla cena della domenica sera con la famiglia ad una marcia con in mano fucile e baionetta. La parte della mobilitazione e dei meccanismi decisionali mi sconvolgono. Come riuscire a mettere in marcia contro un nemico delle persone che hanno una famiglia e che vanno al lavoro tutti i giorni.
Basta la furba pensata di uno che si sente un fine stratega che sta a Palazzo Venezia e via, e tutto si mette in moto automaticamente. O c’e’ qualcosa d’altro? Come parte il tutto? Ci saranno pure delle costanti.
Qui in TV sento – e lo sento spessissimo – tirare in ballo il patriottismo. “Ma come?”, penso, siamo nel duemilaesette e parliamo di patriottismo, stiamo distruggendo il pianeta e parliamo di patriottismo.
Quando sento questa parola, io la associo ai bersaglieri e un ritratto di Mazzini sul sussidiario delle elementari, insomma roba di “secoli” fa. Intanto noi cambiamo i cicli climatici e sciogliamo le calotte polari.

Nello stesso tempo, non capisco, il meccanismo contrario. Come si passa da uno stato di guerra ad uno di pace. Mi piacerebbe capirne le strutture sociali e politiche, ma sopratutto quelle umane. Settimana prima eri costretto letteralmente a mangiarti un tuo commilitone (come e’ testimoniato nel documentario in questione) e la settimana dopo vai a passeggio per il tuo centro commerciale e fai il tenerone con tua figlia. Com’e’ possibile? Siamo schizofrenici? Tutti? Prendiamo la memoria e la squartiamo e quello che non ci serve a sopravvivere fino a dopodomani lo gettiamo in nel cesso dell’inconscio e tiriamo la catena? Siamo davvero tutti cosi’? Il cervello umano funziona proprio cosi’?
Ce lo dobbiamo tenere cosi’?

Forse e’ retorica da treperdue, io la guerra non so proprio cosa sia. Quello che posso sapere sono solo le storie che mi raccontano chi c’e’ stato dentro. E sento quanto siano preziose.

4. cktc - 5 giugno 2007

Avevo scritto un commento e pofffff è partito nel triangolo delle Bermude perché non avevo scritto la mia email!!!!!!! Ci riprovo…
Hai mai visto “Un Taxi pour Tobrouk?”…
Si, capire il meccanismo di pace, questo deve essere una cosa molto bella. Neanch’io la guerra non so proprio cosa sia e non voglio saperlo, anzi mi sento fortunata non saperlo. Le nostre generazioni sono fortunate di non aver mai conosciuto la guerra mentre la viviamo, impotenti, sui canali televisivi con un po’ di sangue sulle mani (l’industria delle armi, le logiche geopolitiche dei nostri paesi, il petrolio, ecc.). “Quelle connerie la guerre”, diceva Prévert, si che stupidità la guerra! Io quando vedo i bambini impauriti alla tv connetto sempre i loro visi con i racconti dei miei (erano piccoli durante la 2WW e mi hanno parlato tanto della paura che hanno provato tante volte).
In tutti i campi, buoni o cattivi, ci sono sempre stati dei militari perversi e stronzi. Quell’ufficiale inglese ne faceva parte. Tuo nonno non ha ucciso nessuno? Per me è lui un eroe! Per la prima volta da quando ti leggo Sgrigna, non mi hai fatto ridere, anzi. Mi è venuto la pelle d’oca tanto racconti bene quell’episodio della vita di tuo nonno. E parlandone, fai vivo quell’episodio come se tuo nonno avesse fato di te il testimonio di quello successo. Sarebbe fiero di leggerti.
Tuo nonno probabilmente ne ha sognato e ci ha pensato tutta la sua vita. Ve lo raccontava appunto per sfuggire di quel ricordo. E avrebbe avuto bisogno di incontrare quell’uomo in un contesto di pace per vedere che non era lo stronzo che aveva incrociato durante la guerra.
A me ha fatto pensare a quel filmino fatto da un militare americano in Iraq e trasmesso da CNN. Un suo ufficiale era in un camion che caminava. Indietro 3 raggazzini che morivano di seta e che corrivano indietro a quel camion a provare a prendere la bottiglia di acqua che l’ufficiale faceva finta di dargli mentre li prendeva in giro. La guerra genera e genererà sempre degli atti perversi. L’uomo in guerra puo’ diventare un mostro mentre puo’ essere un padre premuroso.

5. cktc - 5 giugno 2007

PS: E’ frustrante non sapere bene l’italiano. Scusate lo stile e l’italiano approssimativo che ho usato.

6. sgrignapola - 5 giugno 2007

“… con un po’ di sangue sulle mani…”
cktc ti assicuro che scrivi meglio tu di tanti madrelingua. Anzi ti invidio un po’ che io il francese l’ho lasciato alle scuole medie.
Il film non l’ho visto e cerchero’ di procurarmelo.

7. isadora - 5 giugno 2007

Quanta umanità in questo tuo nonno, per il quale, probabilmente, quell’ufficiale era diventato il simbolo della guerra, delle sofferenze, delle umiliazioni patite.
I destini degli individui non vengono quasi mai ricordati nei libri di storia, cancellati dall’astrazione necessaria all’osservazione del fenomeno nella sua globalità; eppure è la somma delle azioni di tutti questi individui che “fa” la guerra, l’evento, la storia.
Per mia nonna, che si ritrovò il fronte nel cortile ed i soldati (prima tedeschi e poi americani) in casa, la guerra era nei volti di quei soldati e di quegli ufficiali; per mia zia, la mina che le rubò una gamba nell’orto dietro casa ed il medico americano che le fece la corte dopo averle amputato una gamba.
Mille destini, mille storie, alcune che commuovono, alcune che indignano, mille punti di vista, ognuno importante, ognuno con la sua dignità. Se fosse possibile renderli tutti visibili, quei destini, se fosse possibile lasciar intravedere le persone dietro alle uniformi, non esisterebbero guerre. Forse è proprio questo l’intento di Ouzaki.

Un tassì per Tobruk è, prima che un film, un romanzo di Havard che lessi da ragazzina e a suo tempo trovai entusiasmante (ora non saprei, quindi non so se consigliartelo o no).

8. dioniso - 5 giugno 2007

Trovo questo argomento di discussione estremamente interessante. Purtroppo non posso ancora contribuire. Da tempo mi sono riproposto di scrivere quello che mi è rimasto nella memoria delle storie che mi raccontavano i miei nonni. Ho anche cominciato, ma è difficile: ho continuamente l’impressione di banalizzare. Mi sforzerò però lo stesso per portare a termine la cosa.
Le storie dei nonni mi hanno sempre affascinato molto. Mio nonno materno diceva che io ero l’unico nipote che lo stava ad ascoltare. Lui aveva scritto un diario, ma poi aveva dovuto disfarsene perché gli avevano detto che se lo avessero trovato quelli della legione straniera, di cui era prigioniero, lo avrebbero fucilato. L’anno prima della sua morte aveva cominciato a riscriverlo, ma poi, indebolito dalla malattia, si era arreso. Io vorrei scrivere qualcosa come un minimo tributo a queste memorie che altrimenti andrebbero totalmente perse.

9. Andrea Opletal - 6 giugno 2007

anche io credo al nonno … sicuramente più verace!!

10. Silvia - 6 giugno 2007

Sai una cosa Sgrigna? Quell’inglese era senz’altro lui, perché di questo tuo nonno era intimamente, profondamente convinto.

11. articchio - 22 marzo 2008

La guerra , credo che non riusciremo mai a comprendere quello che hanno subito o sotto ordini potuto eseguire , da ragazzo chiesi stupidamente a un anziano quanti ne fece fuori di nemici … l’anziano irrigidi il suo viso e una lacrima scese dal suo viso non pronuncio nemmeno una parola , mi sono sentito stupido .. dopo quasi 30 anni ricordo perfettamente quella espressione e da allora rispetto la naturale riluttanza di quelle persone che hanno passato il tragico evento che si chiama guerra .
Di tanto guardo il soldato ryan che descrive secondo me il dolore , la reale tragica verità … ottimo anche il reporter di guerra dvd allegato allo stesso di salvate il soldato ryan .
Per quanto riguarda l’inglese che tuo nonno ha riconosciuto , probabilmente era lui o forse no .. che importanza ha ? la guerra e l’orrore che fa comportarci come bestie .. ed ora la cosa che conta e imparare da i nonni che la guerra è quanto di piu tragico e nel contempo piu stupido si possa fare .


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