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Continuiamo a riflettere 2 novembre 2007

Posted by Isadora in Sammelsurium.
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Io mi rendo conto che negli ultimi tempi sono diventata un po’ pallosa e prometto che nel fine settimana posterò qualcosa di meno polemico, però qui mi tirano per i capelli. Andate a leggere questa lettera aperta di Barbara Spinelli al direttore de “La Stampa”. Se non fosse per la profonda amarezza del contenuto, che condivido in toto, sarebbe da incorniciare. Leggete, che poi ne parliamo.

Commenti»

1. Michele - 3 novembre 2007

…questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo…

Finalmente qualcuno ne parla. È una delle cose che più mi irritano nel nuovo (?) Partito democratico, che di quei personaggi raccoglie una buona parte.

Ottima segnalazione, grazie.

2. donmo - 3 novembre 2007

Uno può anche essere d’accordo con il contenuto della lettera, ma una domanda resta sospesa nell’aria: se non condivide (e così profondamente) la linea editoriale del giornale per il quale lavora e del quale è una delle massime opinioniste, perchè non si dimette?

3. isadora - 4 novembre 2007

Ma prego, Michele! Vedo che ci capiamo…

donmo, io non conosco la giornalista in questione, quindi posso solo supporre. Vediamo un po’: ha bisogno del lavoro per mantenersi? È in disaccordo col direttore, ma ama il suo lavoro e/o il suo giornale? Vorrebbe cambiare testata, ma non ne trova una dalla linea editoriale più soddisfacente di quella per cui lavora? È convinta che solo restando avrà la possibilità di cambiare qualcosa? Non si lascia scoraggiare da una diversità d’opinione, ma pensa che valga la pena di difendere le proprie convinzioni? Secondo me basta rispondere sì ad una di queste domande per non dimettersi.

Posso farti una domanda un po’ provocatoria, premettendo che mi è chiara l’etimologia del tuo nick? Tu sei sempre d’accordo col tuo datore di lavoro o con quello che fanno/dicono i tuoi “colleghi”? No? Perché non molli? Ecco, forse lei non molla, perché, nel suo piccolo, ragiona come te. 🙂

4. donmo - 5 novembre 2007

Beh, siamo su campi un po’ diversi, ma capisco le tue obiezioni. Anche la mia, però, non era campata in aria:)

5. bettchen - 5 novembre 2007

questa lege elettorale fa schifo. fa schifo veramente. toglie a chi vota il diritto di scegliere chi eleggere. voti un partito, il partito coopta. ora, per lavoro ho ascoltato almeno 5 persone che hanno rotto col partito (uno qualsiasi, è accaduto a tutti) perché non sono stati cooptati, non sono stati messi nella lista elettorale in posizione tale da essere eletti. non faccio nomi per non essere querelata, dato che mai lo sono stata nell’esercizio della professione. ma garantisco che avevo le orecchie ben linde, quando i fatti mi sono stati raccontati.
condivido un passo che trovo geniale, della lettera della spinelli, ed è che i governi non vanno a casa perché sono impopolari. vanno a casa perché non hanno più la possibilità di governare. ora, il nostro attuale è il governo con il maggior numero di sottosegretari e ministri della storia, ed è stato messo in piedi con la bilancia di rpecisione di un gioielliere. è stato messo in piedi per accontentare tutti e per far partecipare tutti alla torta. basta leggere il giornale per sapere che cosa è diventato il finanziamento pubblico ai partiti, mai sparito, e cosa sono i contributi dello stato ai parlamentari. è una vergogna. e non lo dico io. a me fa abbastanza schifo lavorare, vivere e produrre ricchezza in un paese che non è in grado di essere governato, per la totale mancanza di attitudine, e s’intende anche il talento, di chi sercita il potere. provo profonda pena per me stessa se mi vedo esprimere la mia preferenza in cabina elettoralee per gente che non se lo ricorda nemmeno più il famoso conflitto d’interessi, che anni fa ci avrebbe forse reso meno berlusconidi. di legge elettorale, francamente, non sento far parola se non nei momenti in cui tutto sembra perduto, quelli in cui il governo è più impopolare del solito.

leggo la stampa con grande stima e considerazione per chi ci scrive. è un giornale della fiat. come lo sono altri. la stessa fiat che anticipa 30 euro in busta paga agli operai. tanto per mostrare quanto sciocco sia diventato il sindacato. un sindacato che, tocca dar ragione a montezemolo, non rappresenterà che pensionati e,s tatali e qualche fannullone, fra pochissimo.
questo mi sembra un paese che si arrotola su se stesso, che s’impantana da sè, che riesce a far tornare reato il falso in bilancio nell’attimo esatto in cui non riguarda più l’attuale rpesidente del cosniglio.
esattamente come la spinelli, sono stupita dell’immobilità e mi sento rapinata del mio voto e defraudata della possibilità di credere che fare politica sia ancora una cosa possibile. questo si chiama clientelarismo. interesse personale. appropriazione indebita. di certo, non è fare politica.

scusa, isa, la lungaggine. ma la palla era troppo buona per non assestarle un bel colpo forte.

6. isadora - 5 novembre 2007

donmo, sono sicura che non fosse campata in aria. Io, con tutto il mio pragmatismo, sono un’illusa che ancora cerca di combattere per le cose in cui crede, quindi quando sento la parola “cedere” mi prude la tastiera 🙂

bettchen, non ti scusare, ben vengano le opinioni e le informazioni! Io leggo e, se posso, dico la mia, se no leggo e imparo 🙂

7. madisonav - 6 novembre 2007

isa, oltre che stimata editorialista della Stampa, Barbara Spinelli è la compagna di Tommaso Padoa Schioppa.
Hai letto il fondo del direttore de La Stampa cui lei faceva riferimento? Lo in collo perchè non riesco a caricare il pdf, scusandomi per la lungaggine e sperando che sia corretto.
Il giudizio sul pezzo della Spinelli non può prescindere da questo. E Anselmi le ha pure risposto.

“Le condizioni del voto” (Giulio Anselmi)
L’ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l’hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che – come nel caso del protocollo sul Welfare – hanno finito con lo scontentare un po’ tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto.

Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all’insegna dell’emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l’indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.

Il cavalier Berlusconi, col suo ininterrotto preannuncio di fine, aggiunge solo un che di grottesco. Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l’inchiesta che lo riguarda e che, per l’indispensabilità dei suoi voti all’esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit.

È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l’appello «al voto, al voto», che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l’irritazione dell’elettorato per la delusione Berlusconi. C’è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese.

Andare a votare con l’attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un’improbabile vittoria nelle regioni «rosse») forse un po’ più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell’Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l’ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell’interesse di tutti, basterebbero pochi mesi.

Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla «casta» e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell’Italia all’esigenza di approvare la Finanziaria per evitare l’esercizio provvisorio, con le prevedibili nefaste conseguenze sul debito pubblico e sull’economia. Già nel centro-sinistra si delineano piani che prevedono la sconfitta elettorale come un male minore per il futuro del Pd e prefigurano il Cavaliere, giusta nemesi, intento a fare i conti con la sua legge «porcata». Insomma, la consueta altalena. Che in queste condizioni, però, rappresenta soltanto una via di fuga. Utile probabilmente a qualcuno, ma non certo al Paese.

8. isadora - 6 novembre 2007

madison, grazie anche a te. Io continuo a condividere la lettera.

Basterebbe la frase “Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001” a giustificarla. Al momento vado di fretta, mi riservo di tornarci su in serata.

Però, però, una cosa: la giornalista “è la compagna di” è un argomantazione molto italiana e molto pericolosa. Se c’è una cosa che ho imparato lavorando nel campo della ricerca scientifica è di basare le proprie argomentazioni solo su fatti comprovati e non su supposizioni, di schiacciare l’avversario con prove e non indizî. La signora, per quanto mi riguarda, è libera di scegliersi con chi condividere la propria vita. Supporre che si lasci guidare in ciò che scrive da questa convivenza è lecito, ma non fa testo, non è un dato comprovato.

Qui su questo mio post il tema, per quanto mi riguarda, è la delegittimazione di un governo via manipolazione mediatica. Sulla legge elettorale, quando finalmente ne avrò visto il testo, ne parlerò volentieri; sulle faccende di letto di una giornalista che scrive cose che condivido non sono disposta a discutere.

9. madisonav - 6 novembre 2007

Isa, dirti che la Spinelli è la compagna del Ministro dell’Economia non è affatto un pettegolezzo su faccende di letto, ma una risposta alla tua dichiarazione di non conoscere la giornalista in questione. Ho trovato spiacevole che tu l’abbia presa come una argomentazione molto italiana, anche se non so neppure che cosa intendessi dire.
Forse andavi di fretta, ma la legge elettorale non c’entra nulla. La questione è che La Stampa, considerato un giornale filo-governativo, ha preso onestamente atto della situazione fallimentare ed estremamente precaria di questo governo, che ha anche scontentato gran parte dell’elettorato che l’ha votato. La Spinelli, in uno slancio scomposto cui non è nuova con questo governo, ha scritto questa lettera di dissenso nei confronti della “linea” del giornale, gettandosi a difendere vagamente l’operato del governo, denunciando il disfacimento della democrazia e lamentando di essere stata defraudata del suo voto. Addirittura citando un complotto orchestrato da “organismi intermedi che si sono insediati” fra l’elettore e il governo, giornali compresi.
L’aspetto spropositato di questa lettera è, insomma, dato dal fatto che la delusione manifestata dal suo Direttore nei confronti del Governo ha generato tutta una serie di catastrofi che l’hanno colpita.
È una lettera ridicola e lagnosa, che un’editorialista dello spessore della Spinelli non divrebbe scrivere. Se avesse voluto difendere il governo, avrebbe potuto usare argomenti più solidi che ricondurre il dissenso e la delusione alla delegittimazione.
Il suo legame con TPS l’ha fatta sragionare come una donnina qualsiasi, dimentica del suo piccolo conflitto di interessi.

10. isadora - 6 novembre 2007

Madison, qui devo fare due-tre chiarimenti su quello che ho scritto, in fretta, appunto.

1. Dicevo a donmo che “non conosco” la giornalista in questione perché, come si dice a Bologna, non abbiamo mai mangiato pasta e fagioli insieme. Ovvero: non la conosco personalmente, non so cosa la muova, posso fare solo supposizioni. Leggiucchio “La Stampa” sul mio pda, dicevo in un altro post, perché è l’unico (!) quotidiano italiano che offre questo servizio, ma di solito non approfondisco, perché nella rosa di quotidiani online a mia disposizione ci fa una magra figura (e si torna al tema della “qualità” dell’informazione in Italia).

2. Non ho usato il termine pettegolezzi. Ma mi arrabbio quando si discutono le opinioni di una persona in base a con chi è sentimentalmente legata (o a come è vestita, o alla macchina che ha). È una brutta abitudine, molto radicata nella retorica italiana: non avendo fatti alla mano si spara sul personale; non potendo argomentare oggettivamente si va sul soggettivo. Io spero che la signora in questione scriva col cervello e non con la f. Nella lettera non vedo tracce di donnine qualsiasi, anzi. Forse perché sono una donnina qualsiasi anch’io, senza nemmeno l’attenuante di avere un marito ministro.

3. La legge elettorale era stata tirata in ballo nei commenti più sopra ed è anche citata nel pezzo che hai postato tu.

11. sgrignapola - 15 novembre 2007

Intanto tra una gufata e l’altra il governo fa passare: la class action e il tetto agli stipendi dei manager pubblici (che poi sono executive, ma vabbe’).

12. Isadora - 16 novembre 2007

Aggiornaci, sgrigna, ché io son di corsa….

13. sgrignapola - 16 novembre 2007

Leggevo ieri sul giornale che e’ passato al senato la legislazione che regolamenta la class action, che dev’essere quella cosa che si vede nei film americani quando gruppi di cittadini fanno causa a una multinazionale per danni. Tipicamente nei film si tratta di malvage corporation che fanno venire il cancro ai dipendenti o ai consumatori. A quanto pare questa fattispecie legislativa in Italia non c’era.
Senza poter indagare nei dettagli mi sembra un cosa positiva.
L’altro pezzo di legislazione riguarda il tetto agli executive pubblici. Se dirigi un ente pubblico il tuo stipendio non puo’ superare una certa soglia. Ovviamente molto alta per via delle responsabilita’ in gioco, ma anche questo comunque mi sembra un bel segnale.

Spesso in politica si dice tutti uguali. Anche io spesso ho dei dubbi. Specie quando sento parlare di ispettori ministeriali che vanno a fare le pulci ai magistrati. E mi incazzo.
In questo caso, come in qualche altro (banche e conticorrente), pero’ non sono tutti uguali. Il precedente governo certi provvedimenti non li avrebbe mai passati. Anche con decine di voti a garantire la maggioranza parlamentare.
A me sembrano provvedimenti coraggiosi. Forse e’ poco, di sicuro io mi aspetto anche altre cose dal governo, ma, ribadisco, sono buone notizie.

14. isadora - 17 novembre 2007

Sì, sono buone notizie! Perché non ne hai fatto un post, disgraziato?! 🙂


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