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Ognuno è straniero, da qualche parte 8 novembre 2007

Posted by Isadora in Sammelsurium.
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Io lo sono, tutti i giorni da parecchi anni, nel paese in cui vivo. Sono tante le cose a ricordarmelo, a partire dallo specchio, ma anche questo stesso blog.

Ricordo bene la fatica, all’inizio, quando praticamente non parlavo il tedesco: improvvisamente le cose più banali, come leggere un giornale, fare la spesa, guardare la tv, fare una battuta, ordinare qualcosa al ristorante, persino comprare le sigarette erano diventate difficoltose, complicate, talvolta impossibili. Mi sembrava di vivere in una bolla di sapone, trasparente, sottilissima, ma sempre interposta fra me e tutto ciò che mi circondava. C’è voluto quasi un anno d’impegno costante per riuscire a padroneggiare la lingua in modo da poter condurre una telefonata senza grossi problemi, ci sono voluti altri anni per imparare ad esprimermi ad un livello simile a quello in cui mi esprimo nella mia lingua madre, per imparare a scrivere decentemente, io, che ho sempre amato la parola scritta più di ogni altra cosa.
La barriera linguistica è quella più ardua da superare, quando ci si trova in un paese straniero, ma anche la più importante. Le altre barriere, quelle culturali, religiose o che so io, crollano nel momento in cui si è in grado di farsi comprendere, o almeno questa è la mia esperienza. Una volta superata la barriera della comunicazione, parte la fase più divertente ed emozionante della scoperta del mondo che si ha intorno e della sua conquista.

Qui in Germania ho trovato un terreno fertile per le mie escursioni: i tedeschi, superata la prima timidezza, sono interlocutori attenti e curiosi, ma altrettanto disponibili a rispondere alle domande e ad insegnare, sono diretti e sinceri, in un modo che, in Italia, rasenta la maleducazione. Però, sincerità o maleducazione che dir si voglia, a me, in dodici anni buoni di vita da straniera in Germania, non è mai capitato di sentirmi dire porcherie di questo genere, né di leggerne travestite da articolo su un quotidiano “serio” come dovrebbe essere il Corriere della Sera.

Commenti»

1. donmo - 8 novembre 2007

Eh cara Isa, hai perfettamente ragione ad indignarti. Comunque, puoi ritenerti fortunata di vivere all’estero almeno per un motivo: almeno (forse, si spera) ti è sfuggito l’articolo di qualche tempo fa in cui Giorgio Bocca (e dicesi Giorgio Bocca) si lamentava perchè le sue tate straniere non sapevano cucinargli i piatti tipici cuneesi che gli piacciono tanto. Forse online l’articolo lo trovi,ma non te ne consiglio la lettura, o meglio non la consiglio alle tue coronarie. E parlo da figlio di gente che è andata all’estero per lavorare. Da vergognarsi, ma così è la vita (purtroppo).

2. Michè - 9 novembre 2007

Cara Isa, ho letto l’articolo e, devo dire, non mi ha trasmesso soltanto sensazioni negative. Non credo che fosse nelle intenzioni dell’autrice produrre un effetto simile, tuttavia la storia del pollo mi ha fatto tornare in mente uno dei lati belli della mia nonna paterna, che non c’è più. Cose che oggi, una decina d’anni più tardi, sarebbero impensabili a casa mia.

Soprattutto d’estate mi capitava di rientrare in casa dal lavoro nei campi e di trovare mia nonna seduta in tinello in compagnia di un ragazzo straniero. Erano venditori ambulanti, in genere arrivati dal Senegal o dal Marocco, da cui mia nonna non comprava mai nulla. Lì invitava però ad entrare in casa e li apostrofava in dialetto (Ghèto fame, vuto che te faça un panìn? – hai fame, ti faccio un panino? – Ghèto sen, benedeto? – hai sete, “benedetto”?). I venditori ambulanti solitamente parlavano italiano meglio di lei. Ma mia nonna non si faceva complessi e tra un panino e un bicchiere di latte e menta li incalzava di domande. Poi, quando ripartivano, mi raccontava: sèto che bravo fióło, el l’è vignù qua studiare – sapessi che bravo ragazzo, è venuto in Italia per fare gli studî – o el ga na putina, in Africa, e ła ghe manca un fracco – in Africa ha una bambina, che gli manca un sacco.

I miei erano preoccupati e le hanno sempre raccomandato di non dare tanta fiducia agli estranei. Eppure è capitato che anche loro prendessero l’iniziativa e ogni tanto a pranzo abbiamo aggiunto un posto a tavola e mangiato insieme a qualche uomo venuto da lontano. Non sono bravo come la Casati Modigliani, che riesce a distinguere una signora peruviana da una signora cilena al primo sguardo, perciò per ognuno non saprei dirti la provenienza. E del resto conta?

Oggi pranzi del genere probabilmente non ne rivivrei più. Per lo meno non a casa mia. I miei genitori per certi versi si sono induriti o forse hanno più paura. In parte anche grazie a dei media, al cui confronto talvolta le chiacchiere delle comari in bottega sembrano un trattato di etnologia. Anche i miei finiscono spesso col demonizzare gli stranieri e ogni volta gli chiedo se a loro piacerebbe che del loro figlio si parlasse così. Perché sì, sono uno straniero e un immigrato anch’io (e sai che non è sempre facile). Loro però sostengono che il mio caso sia diverso – e non riesco a convincerli che sono diversi tutti.

Ora, tornando all’articolo, ci sono alcune affermazioni che mi fanno sorridere. Per la loro banalità, non certo perché siano divertenti. Su tutte, quella delle regole certe, che è una pia illusione. La gente non si rende conto che uno Stato non può risolvere il problema dell’immigrazione da solo e che, anche se potesse farlo, le “regole certe” da sole sarebbero di efficacia risibile. Per risolvere il problema bisognerebbe soprattutto agire sull’ordine economico mondiale. Ma l’economia è ormai per molti qualcosa di ineluttabile, è come se la mano invisibile del Mercato avesse preso il posto dei disegni divini… Mio padre vent’anni fa era comunista. Oggi compatisce gli imprenditori che dislocano la produzione nei paesi con manodopera a basso costo, perché, poverini, è il mercato che glielo impone. Epperò, questi stranieri, davvero non se ne può più, ce n’è troppi – e non c’è manco abbastanza lavoro per noi… Tutto molto logico, no?

Certo, un problema-immigrazione esiste (andrebbe sicuramente considerato in tutt’altra prospettiva), ma secondo me è un po’ il sasso che nasconde la montagna – oltre al fatto che si vende sempre molto bene. La Casati Modigliani parla dello sfacelo del suo quartiere. Che lo venga a raccontare a me, che vengo da un paesino in cui tutto ha cominciato ad andare a p*****ne ancor prima ch’io nascessi… Gli stranieri oggi a B. saranno una dozzina e sono arrivati negli ultimi dieci anni: sarà mica colpa loro se oggi B. è un paese-dormitorio, che invecchia a vista d’occhio? Le regole certe ci vorrebbero per obbligare alcune persone a far bene il proprio lavoro e a condurre in maniera responsabile la propria attività. E talvolta pure per permetterglielo.

Un saluto, Michè.

3. isadora - 9 novembre 2007

donmo, hai ragione, è meglio per la mia salute se certe cose non le leggo…

michele, grazie per il lungo ed interessantissimo commento. Sono molte le cose che mi fanno indignare, nel cosiddetto “articolo” di cui sopra: è fazioso e ruffiano fin dal titolo, che vorrebbe dirci: “io sono buona con gli stranieri, vengo da una famiglia che dava da mangiare ai poveri immigranti”. Poi passa ad elencare una serie di comportamenti maleducati accuratamente selezionati in base all’etnia del cafone di turno. Surprise surprise, sono tutti stranieri, sottintendendo che gli italiani, invece, siano tutti educatissimi col cellulare (ma quando mai?), non palpeggino la frutta e verdura a mani nude (cosa che qui in Germania, tra l’altro, è normalissima, ma si sa, anche i tedeschi sono stranieri) eccetera eccetera. Un miscuglio xenofobo di episodi selezionati con cura per darci un’immagine pericolosamente e volutamente distorta della realtà.

Certo, gli stranieri ci piacciono tanto, se sono famosi, ricchi, eleganti e colti. Se sono persone normali ci piacciono finché stanno zitti e ci puliscono la casa, si prendono cura dei nostri vecchi e bambini, ci lavano la macchina (ma non al semaforo), possibilmente in nero, perché noi italiani siamo tanto civili, ma le tasse non ci piace pagarle.

È un gioco pericoloso, quello della xenofobia da salotto; un gioco che noi italiani, da decenni emigranti in altri paesi, vittime di meccanismi analoghi, dovremmo evitare come la peste e che non può e non deve trovare posto in giornali come il Corriere. È una vergogna.

4. donmo - 9 novembre 2007

Comunque volevo segnalare a Bocca (chissà, magari gli fischiano le orecchie e passa di qua) che quando stavo in Piemonte la miglior bagna caoda che abbia mangiato (roba che ancora mi viene l’acquolina in bocca) era stata cucinata da un siciliano. Chissà, oggi magari la cucinano altrettanto bene i rumeni.

5. dioniso - 9 novembre 2007

Condivido tutto il contenuto, tranne per il fatto che io sto ancora sputando sangue su questa affascinante, logica, razionale e difficile lingua. Ho appena ricominciato un corso. Ma dopo 8 anni purtroppo non ho ancora imparato ad esprimermi ad un livello simile a quello in cui mi esprimo nella mia lingua madre, e neppure a scrivere decentemente, ma non mi arrendo.
Tra l’altro questa nuova insegnante è molto brava e quando impariamo un nuovo vocabolo ce lo riduce in fattori primi, ci spiega l’origine, l’etimologia e ci fa fare collegamenti sintattico/semantici con l’italiano. Questa tecnica didattica mi piace molto e mi aiuta moltissimo a memorizzare i nuovi termini

Saluti

6. cktc - 9 novembre 2007

E’ molto bello il tuo post Isa e mi hai anche molto commossa perché lo lego a tante cose vissute.
Io sono di radici straniera, francese di terza generazione e i discorsi fatti da quella stupidona lo facevano i francesi sugli italiani (nonni materni) e sui polacchi (nonni paterni) a una certa epoca. E’ la stupidità a fare nascere la paura: non si tratta di razzismo, si tratta di xenofobia, di paura della differenza dell’altro, mentre quella differenza è una ricchezza. Merito le mie radici, io mi sento tanto ricca dentro. Eppure mi vergogno di tanti francesi di radici straniere che hanno dei discorsi xenofobici: pensano che odiare gli stranieri permetterà di fare dimenticare che i loro proprii nonni erano stranieri pure loro.

Io adoro l’Italia, imparare l’italiano per il piacere ha dato un senso alla mia vita. Mi ha permesso di ritrovare le mie radici toscane. Sono stata “cieca” parecchi anni nei confronti di certi italiani. Non ero obbiettiva con loro, mi siete talmente simpatici che anche gli antipaticoni mi sembravano dolci. Ma da qualche anno mi sono accorta dell’intolleranza di certi italiani. E ne ho sofferto, sentendo dire delle cose stupide sugli stranieri.

Isa, cmq anche in Germania puoi incontrare la xenofobia, ne sono certa. Anche se non ho dubbi, è un popolo diventato molto tollerante e sono certa che ci si vive bene.

7. cktc - 9 novembre 2007

ps… scusa tutti gli errori… radici stranierE, ecc ecc ecc…

8. cktc - 9 novembre 2007

ps2: è un giorno festivo oggi in Germania, vero (muro di Berlino, 1989)

9. sgrignapola - 9 novembre 2007

Non ho parole.

10. isadora - 12 novembre 2007

donmo😀

dioniso, non arrenderti. È dura, ma è una fatica che viene ripagata ogni giorno!

cikappina, la xenofobia c’è dappertutto. La tragedia è quando due giornalisti conosciuti (Sveva Casati Modignani è uno pseudonimo) scrivono un pessimo articolo infarcito di sciocchi pregiudizî in un “prestigioso” quotidiano a tiratura nazionale e questo quotidiano lo pubblica senza un batter di ciglia. È scandaloso e fa parte della strategia di rincoglionimento della popolazione via mass media. È un lavaggio del cervello di bassa lega, io sono davvero indignata.

Sgrigna, sì.

[Scusatemi, eh, son giornatacce e vado di fretta…]

11. cktc - 13 novembre 2007

Isa,
Non avevo capito fosse una giornalista nota e non avevo notato il titolo del giornale (!!!), è talmente basso quello che scrive! Fai bene a denunciare, mentre tanti purtroppo hanno probabilmente letto l’articolo al “primo grado” , cioè senza avere la fortuna di avere un senso critico che hai avuto tu.
E’ lavvaggio di cervello con uno scopo politico purtroppo.

12. chiaradavinci - 13 novembre 2007

Isa cara, arrivo tardi causa influenze varie ed è già stato detto tutto (più che giustamente). Mi permetto perciò di correggere il tiro del titolo, visto che a mio avviso ognuno è straniero quasi dappertutto.

Per dioniso e chi come lui ha problemi col tedesco: ragazzi non demordete, questa lingua è una missione.

13. isadora - 13 novembre 2007

Esatto, cikappina!

Chiara, hai ragione, il titolo è sbagliato🙂 e, sì, è una missione, e proprio per questo ogni piccolo progresso è una grandissima soddisfazione!

14. jaco - 14 novembre 2007

francamente… io mi innervosisco nel leggere certe cose, ma proprio tanto tanto.
Non è solo una questione di Italiani e società multietnica. E’ una questione che riguarda Italiani e Calabresi, Napoletani e Lombardi, Sani e Handicappati, bassi e alti, è una questione che coinvolge qualcosa di più alto, che ha a che fare con il concetto di tolleranza, di amore verso il prossimo, di capacità di relazione. E’ qualcosa che coinvolge il concetto di solitudine e dei piccoli grandi egoismi. Non trovo neanche le parole esatte ma certe volte davvero ho la sensazione che ci sia una spaccatura così grande fra quello che è giusto e dovrebbe essere palese e quello che invece fa la gente che ho la sensazione di essere io quello che non ha capito come va il mondo.

15. jaco’s blog » Milanesi, stranieri e un pollo - 14 novembre 2007

[…] blog “a casa di ISA“, segnalo un articolo apparso sul corriere e che mi ha fatto veramente accapponare la pelle. […]

16. maxmauro - 14 novembre 2007

E’ ormai con rassegnazione che leggo cose come quella – orribile – che citi, Isa. Negli ultimi anni in Italia c’è stato un progressivo imbarbarimento, e sottolineo imbarbarimento, delle menti rispetto alla questione stranieri/immigrati. I giornali non aiutano, le televisioni peggiorano, gli intellettuali latitano. Il brutto, per me che mi occupo di questi temi da figlio di emigrati, è che nel resto d’Europa le cose non vanno meglio. C’è poco da stare allegri: dalla Danimarca all’Irlanda, alla Grecia, alla Svizzera, non c’è paese dove la questione immigrazione non sia diventata la questione decisiva per i fragili equilibri politici delle nostre democrazie. E alla fine tutti spingono verso la chiusura, l’ipocrita “fermezza”, cavalcano/alimentano le paure e le incertezze che questi tempi portano con sè. Vorrei condividere il tuo ottimismo sui tedeschi ma avendo girato da nord a sud questo paese più volte da 20 anni a questa parte non riesco ad essere positivo. Forse Berlino è più liberale, ma fuori si respira altra aria. Almeno questa è la mia impressione.

17. isadora - 14 novembre 2007

Jaco, sono d’accordo con te. Pensa che io vengo da Bologna e ricordo come questi discorsi venivano applicati (e forse, sotto sotto, anche oggi, ma non sono aggiornata) agli immigranti del sud che venivano parcheggiati in quartieri-dormitorio orribili ed isolati dal resto della città (penso al famigerato “Pilastro”, un ghetto disastrato e disastroso). Ma c’è sempre uno messo peggio di noi da usare come capro espiatorio, no?

max, non so se Berlino sia liberale. Berlino è tante piccole città in una e la grossa comunità turca è guardata con una certa diffidenza. Io so che il territorio della ex-RDT, in cui ci sono pochissimi stranieri, è un focolaio di xenofobia, ma quello che mi ha sconvolto dell'”articolo” citato è che è apparso, senza provocare alcuna protesta, su una delle testate più “prestigiose” (o diciamo, meglio: meno sputtanate) italiane, non sulla “Bild”-Zeitung. Io non voglio pensare a quello che succederebbe qui se un quotidiano come la FAZ o la Süddeutsche pubblicasse una roba del genere…

18. maxmauro - 15 novembre 2007

Sì, condivido.Forse la Germania su questo è diversa, in Italia non essendoci una tradizione di stampa popolare i due maggiori quotidiani si sono progressivamente “popolarizzati” negli ultimi anni – un pastrocchio imbarazzante – così anche pezzi come quello trovano spazio nel silenzio generale. Però rimango pessimista anche sui tedeschi.


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